144- La vita(33) Alle mie spalle ho una lunga vita di affetti e di lavoro, nelle gioie e nei dolori. Ora, in pensione, ricevo dalla società le risorse economiche. E oggi sento, assieme al costante piacere degli affetti, anche il piacere di restituire alla società quello che la società e la vita mi hanno dato, quello che la società e la vita mi hanno insegnato. Lo faccio come volontario di Emergency, lo faccio come psicologo volontario in seminari e incontri di psicologia. Con stupore e piacere, sentendomi immerso nella comune umanità
giovedì 24 aprile 2014
144- La vita(33) Alle mie spalle ho una lunga vita di affetti e di lavoro, nelle gioie e nei dolori. Ora, in pensione, ricevo dalla società le risorse economiche. E oggi sento, assieme al costante piacere degli affetti, anche il piacere di restituire alla società quello che la società e la vita mi hanno dato, quello che la società e la vita mi hanno insegnato. Lo faccio come volontario di Emergency, lo faccio come psicologo volontario in seminari e incontri di psicologia. Con stupore e piacere, sentendomi immerso nella comune umanità
domenica 20 aprile 2014
143- Le favole(9) In questi anni ho interrogato e ascoltato molti. Le loro favole. Le ho raccolte in un file "Favole per vivere" (che poosso inviare a chi lo desiderasse). E anch'io ho la mia favola. Sì: io credo nelle relazioni. Nasciamo da una relazione. Cresciamo nelle relazioni. 100.000 miliardi di cellule che stanno in relazione fra loro mi formano in ogni istante. La mia vita ha senso, nelle gioie e nei dolori, per le relazioni che ho avuto, che ho e che avrò. La mia vita si chiuderà e le mie cellule, i miei atomi, andranno ad intessere miliardi di nuove relazioni. Io "sono" da sempre il mondo e poi, da circa 100.000 anni "sono" i miei antenati. Geneticamente non ho voluto mai discendenza, ma gli afetti, le relazioni arricchiscono la mia vita, nelle gioie e nei dolori. Anche senza discendenza genetica, con le mie cellule e i miei atomi "sarò" il mondo. Questa è la mia favola, questo è ciò in cui io credo. Ma so che la verità nessuno la sa, nessuno pertanto può averne il monopolio: ognuno ha "solo" la "propria" favola. Guardo con tenerezza a tutte le favole che ho ascoltato e che conosco, a partire dalla mia, e sorrido al mondo.
sabato 19 aprile 2014
142- Le favole(8) Ieri ho compiuto 72 anni. Non ho più 70 anni. Perchè dico questo? Perchè è un'esperienza che solo ora mi è accessibile: percepire nettamente un organismo che risponde in modo completamente nuovo. Dopo i 70 anni ho sentito chiaramente un organismo che ha imboccato la parte discendente della parabola. Chiedermi in che cosa credo è stato inevitabile e necessario. La mia risposta arriverà dopo che nei prossimi post avrò cercato di interrogare e di ascoltare persone che sento affettivamente vicine.
sabato 15 marzo 2014
giovedì 6 marzo 2014
sabato 15 febbraio 2014
lunedì 3 febbraio 2014
138- La mia strada(2) Splendide figurine! Calciatori! Emozioni colorate! Blu, rosso, giallo, viola...Un mondo di sogni a 10 anni. Guadagnate, vinte, perdute, premurosamente appoggiandole ad un muro. Le lascio, volano, su, giù, ancora su, l'aria le trasporta ed eccole appoggiarsi dolcemente...a terra? sopra un'altra figurina? sì! ho vinto! 1952: non posso sapere cos'è il calcio, ma l'atmosfera, l'ambiente sociale gli dà valore.E così io vivo inconsapevole il piacere di quei francobolli (un po' più grandi) di carta, di volti, di mezzi busti arcobaleno.
Mia madre che chiama uno di noi otto (allora ancora sette) e sbaglia nome (siamo troppi!). Allora fa l'elenco, cominciando dal primo: Gian Luigi! Eugenio! Adriano! Aldo! Ines! Mariarosa! Roberto! Poi arriverà Leandro. Ma io sono il primo e con me non c'è bisogno del papier, dell'elenco. A questa voce ho imparato fin da piccolissimo a fare mille cose. Che mi sono rimaste dentro, nei muscoli, nelle ossa. Nella testa. Facendomi pronto a mille forme, a mille gesti, a mille compiti. In modo fluido, naturale, anche nel dolore.
Ragazzino di otto, dieci anni. Il pozzo là nell'orto. L'acqua fresca. La carrucola per issarla a bordo. Con Valerio che un giorno viene trascinato giù nel fondo e miracolosamente si salva. Un bel pozzo, mitico, antico. Il rumore familiare della catena che si arrotola, dolce. Riempio il mio secchio. Che dolore al braccio, ma salgo al secondo piano. Mi sembra ogni volta di svenire, giorno dopo giorno resisto. Settimane, mesi, anni. Un giorno il municipio fa apparire una fontanella in fondo, all'inizio del viottolo che conduce verso casa. Quelle pesanti, di ghisa. Così almeno ricordo. Pesanti per me, che ora devo portare il secchio di lamiera zincata (ora lo so, e c'è ancora quel secchio). Lo porto per più di 200 metri, tale è la distanza da casa. Pesante per le mie braccia di ragazzino. Braccio destro. Sosta. Respiro. Braccio sinistro. Sosta. Smorfia di sofferenza infantile. Respiro. Braccio destro. Il caro, vecchio, tenero pozzo, con la sua acqua freschissima, ora va dismesso. Mi dispiacerà, stranamente, teneramente. Verso il 1952 inizia il mio cammino inconsapevole verso la modernità. Verso la felicità? No! La mia felicità dipenderà da ben altro. Arriverà l'acqua corrente in casa, e poi tutte le altre comodità. Una vita più soft, più comoda, senza più smorfie di dolore alle braccia. Più comoda, sempre felice, ma per altre luminosità, non per le comodità. Così io sento e credo. Anche oggi, a 72 anni...
Le mie figurine! "Gian Luigi, è maggio, è il mese della Madonna. Il mese dei fioretti." Mi obbligano ad un fioretto che non capisco: immolare alla Madonna le mie figurine. Mia madre. Perchè? Lacrime amare, salate, senza fine, mentre le fiamme della cucina economica si dipingno dell'arcobaleno di colori di quei calciatori. Cenere, come il mercoledì delle ceneri. Pulvis eris et in pulverem reverteris. Eri terra impastata e terra ritornerai. Dolore, non senso, a 10 come a 72 anni. Disperazione allora, serenità dolorosa adesso. La serenità di accettare ciò che non posso capire e non posso cambiare.
Un salto e vedo gli anni '70. Milano. Il "compagno" Zibecchi viene schiacciato da un mezzo della Celere. Sì, era la Celere a scandire i ritmi dei nostri cortei. Cantiamo: "compagno Zibecchi sarai vendicato dalla giustizia del proletariato..". Il proletario laureato esprime così la rabbia e la speranza. Con l'eskimo verde speranza. La speranza nella partecipazione. "La libertà non è star sopra un albero...la libertà è partecipazione." Vado allora in Comune e il proletario laureato dichiara il falso: "Titolo di studio?" "Scuola media" E così ottengo il libretto di lavoro che mi consente, per alcuni anni, l'esperienza come operaio. Bracciante agricolo. Operaio in un mulino. Operaio esterno alla Falck per demolire i mattoni refrattari degli altiforni. Operaio in un'azienda che coltiva funghi. La fatica fisica. Lavorare, mangiare, dormire. Per lavorare, mangiare, dormire. Sporco di terra, di farina, di sudore, di letame. Ho vissuto il mondo degli ultimi. Come mio padre. Avevo 3 o 4 anni e mio padre, operaio, ogni domenica pomeriggio faceva 70 km in bicicletta per andare a lavorare a Milano. Ogni sabato pomeriggio tornava a casa in bicicletta. Fatica, e solo una notte con mia madre e solo mezza giornata con noi, a casa. Ogni tanto sul portapacchi un involucro con del taleggio che aveva rimediato in qualche casolare di pianura, lungo la strada. Povertà. Nebbia. Gelo. Caldo. Pendolare. Fatica. C'è l'armistizio e i Tedeschi fuggono dando tremendi colpi di coda. Il Messina è braccato e arriva a casa nostra. In solaio le fascine lo coprono, lo sommergono, lo nascondono. Potevamo tutti essere bruciati per questo. Ma non lo scoprono. La sua casa sarà traforata dai proiettili da sembrare uno scolpasta. Ma non lo trovano. Ansia, paua, tremore. Sollievo duro e pensoso.
Ogni giorno mia madre ci fa recitare: "Signur, al papà faga troà ol laurà apref a cà", il lavoro vicino a casa! imploravamo pregando. Ecco arrivare il giorno di gioia e mio padre è assunto al Cristini, un feltrificio a duecento metri da casa! Sono un bambino e alle 12 gli porto la "schiscèta" col pranzo. Mio padre è là, in una buca dove si apre la bocca della caldaia che manda vapore caldo in tutto il feltrificio. Va a carbone. Mio padre è nero come un minatore. E' piccolo, magro, sorridente, non mostra la fatica. E' vicino a casa e ogni sera è con noi. Questo gli basta. Mio padre. Diploma di sconda elementare. Laurea in operosità. Master in fatica dura. Per vivere e farci vivere.
Ho 5 anni o forse otto. Chiedo a mia madre: "Come nascono i bambini?" "Lo saprai quando sarai grande". Un'occasione perduta da mia madre. E da me. Inconsapevoli del valore di vicinanza contenuto in quella domanda e del potere deflagrante contenuto in quella risposta! Non ho più chiesto. Non c'è più stata intimità profonda. Ognuno per la propria strada. Tenendoci a vista con affetto, ma senza il sapore dolce dell'intimità.
Ho 16 anni. Al Carrobiolo di Monza. Voglio diventare Barnabita. Io bimbo sognavo di diventare Papa. Mi sono messo su quella strada con l'impegno di un bambino:"Un giorno scoprirò, seduto ad un tavolo con i grandi della Chiesa, dov'è il trucco". Me lo dicevo sentendo nel mio cuore di bambino che qualcosa non tornava fra quello che il parroco diceva e quello che vedevo nel piccolo ambiente del mio pase. Troppa distanza sentivo fra parole e vita osservata. A 16 anni il noviziato. E il padre maestro che di sua iniziativa mi parla di chiave e di serratura dove la chiave è introdotta: maschio e femmina. 16 anni! Una liberazione! Dentro di me, d'improvviso, mi sento leggero, libero, felice. Volo in cortile a tre gradini alla volta: mi sento volare leggero. Il segreto dela vita.
Non potrò più fare a meno di quella leggerezza. E a 22 anni, dopo il baccellierato in Sacra Scrittura e Storia della Chiesa presso l'Università di Propaganda Fidae decido. Mi inginocchio davanti al Padre Generale: "Non riesco a seguire queste regole. Lascio" "Fai quello che puoi, ma resta." Ecco il trucco che avevo fantasticato da bambino: fai quello che puoi, e se non ce la fai a sublimare trovati uno sfogo, ma resta. No, lascio. Da allora ho riacciuffato la leggerezza, il volo vissuti a 16 anni. Hanno acompagnato da allora tutta la mia vita, come un filo prezioso che ha dato senso a gioie e dolori. L'intesa profonda che cercavo a 5 anni, il disvelamento a 16 anni, la libertà, a 22 anni, di cercare la mia strada, tutto "intero", finalmente, testa, cuore, sessualità. 72 anni: guardo indietro e mi dico "ce l'ho fatta!" E finchè avrò energie so che potrò continuare a lavorarci, per continuare a raccogliere una vita "intera". Io. E accanto Marilù.
Mia madre che chiama uno di noi otto (allora ancora sette) e sbaglia nome (siamo troppi!). Allora fa l'elenco, cominciando dal primo: Gian Luigi! Eugenio! Adriano! Aldo! Ines! Mariarosa! Roberto! Poi arriverà Leandro. Ma io sono il primo e con me non c'è bisogno del papier, dell'elenco. A questa voce ho imparato fin da piccolissimo a fare mille cose. Che mi sono rimaste dentro, nei muscoli, nelle ossa. Nella testa. Facendomi pronto a mille forme, a mille gesti, a mille compiti. In modo fluido, naturale, anche nel dolore.
Ragazzino di otto, dieci anni. Il pozzo là nell'orto. L'acqua fresca. La carrucola per issarla a bordo. Con Valerio che un giorno viene trascinato giù nel fondo e miracolosamente si salva. Un bel pozzo, mitico, antico. Il rumore familiare della catena che si arrotola, dolce. Riempio il mio secchio. Che dolore al braccio, ma salgo al secondo piano. Mi sembra ogni volta di svenire, giorno dopo giorno resisto. Settimane, mesi, anni. Un giorno il municipio fa apparire una fontanella in fondo, all'inizio del viottolo che conduce verso casa. Quelle pesanti, di ghisa. Così almeno ricordo. Pesanti per me, che ora devo portare il secchio di lamiera zincata (ora lo so, e c'è ancora quel secchio). Lo porto per più di 200 metri, tale è la distanza da casa. Pesante per le mie braccia di ragazzino. Braccio destro. Sosta. Respiro. Braccio sinistro. Sosta. Smorfia di sofferenza infantile. Respiro. Braccio destro. Il caro, vecchio, tenero pozzo, con la sua acqua freschissima, ora va dismesso. Mi dispiacerà, stranamente, teneramente. Verso il 1952 inizia il mio cammino inconsapevole verso la modernità. Verso la felicità? No! La mia felicità dipenderà da ben altro. Arriverà l'acqua corrente in casa, e poi tutte le altre comodità. Una vita più soft, più comoda, senza più smorfie di dolore alle braccia. Più comoda, sempre felice, ma per altre luminosità, non per le comodità. Così io sento e credo. Anche oggi, a 72 anni...
Le mie figurine! "Gian Luigi, è maggio, è il mese della Madonna. Il mese dei fioretti." Mi obbligano ad un fioretto che non capisco: immolare alla Madonna le mie figurine. Mia madre. Perchè? Lacrime amare, salate, senza fine, mentre le fiamme della cucina economica si dipingno dell'arcobaleno di colori di quei calciatori. Cenere, come il mercoledì delle ceneri. Pulvis eris et in pulverem reverteris. Eri terra impastata e terra ritornerai. Dolore, non senso, a 10 come a 72 anni. Disperazione allora, serenità dolorosa adesso. La serenità di accettare ciò che non posso capire e non posso cambiare. Un salto e vedo gli anni '70. Milano. Il "compagno" Zibecchi viene schiacciato da un mezzo della Celere. Sì, era la Celere a scandire i ritmi dei nostri cortei. Cantiamo: "compagno Zibecchi sarai vendicato dalla giustizia del proletariato..". Il proletario laureato esprime così la rabbia e la speranza. Con l'eskimo verde speranza. La speranza nella partecipazione. "La libertà non è star sopra un albero...la libertà è partecipazione." Vado allora in Comune e il proletario laureato dichiara il falso: "Titolo di studio?" "Scuola media" E così ottengo il libretto di lavoro che mi consente, per alcuni anni, l'esperienza come operaio. Bracciante agricolo. Operaio in un mulino. Operaio esterno alla Falck per demolire i mattoni refrattari degli altiforni. Operaio in un'azienda che coltiva funghi. La fatica fisica. Lavorare, mangiare, dormire. Per lavorare, mangiare, dormire. Sporco di terra, di farina, di sudore, di letame. Ho vissuto il mondo degli ultimi. Come mio padre. Avevo 3 o 4 anni e mio padre, operaio, ogni domenica pomeriggio faceva 70 km in bicicletta per andare a lavorare a Milano. Ogni sabato pomeriggio tornava a casa in bicicletta. Fatica, e solo una notte con mia madre e solo mezza giornata con noi, a casa. Ogni tanto sul portapacchi un involucro con del taleggio che aveva rimediato in qualche casolare di pianura, lungo la strada. Povertà. Nebbia. Gelo. Caldo. Pendolare. Fatica. C'è l'armistizio e i Tedeschi fuggono dando tremendi colpi di coda. Il Messina è braccato e arriva a casa nostra. In solaio le fascine lo coprono, lo sommergono, lo nascondono. Potevamo tutti essere bruciati per questo. Ma non lo scoprono. La sua casa sarà traforata dai proiettili da sembrare uno scolpasta. Ma non lo trovano. Ansia, paua, tremore. Sollievo duro e pensoso.
Ogni giorno mia madre ci fa recitare: "Signur, al papà faga troà ol laurà apref a cà", il lavoro vicino a casa! imploravamo pregando. Ecco arrivare il giorno di gioia e mio padre è assunto al Cristini, un feltrificio a duecento metri da casa! Sono un bambino e alle 12 gli porto la "schiscèta" col pranzo. Mio padre è là, in una buca dove si apre la bocca della caldaia che manda vapore caldo in tutto il feltrificio. Va a carbone. Mio padre è nero come un minatore. E' piccolo, magro, sorridente, non mostra la fatica. E' vicino a casa e ogni sera è con noi. Questo gli basta. Mio padre. Diploma di sconda elementare. Laurea in operosità. Master in fatica dura. Per vivere e farci vivere.
Ho 5 anni o forse otto. Chiedo a mia madre: "Come nascono i bambini?" "Lo saprai quando sarai grande". Un'occasione perduta da mia madre. E da me. Inconsapevoli del valore di vicinanza contenuto in quella domanda e del potere deflagrante contenuto in quella risposta! Non ho più chiesto. Non c'è più stata intimità profonda. Ognuno per la propria strada. Tenendoci a vista con affetto, ma senza il sapore dolce dell'intimità.
Ho 16 anni. Al Carrobiolo di Monza. Voglio diventare Barnabita. Io bimbo sognavo di diventare Papa. Mi sono messo su quella strada con l'impegno di un bambino:"Un giorno scoprirò, seduto ad un tavolo con i grandi della Chiesa, dov'è il trucco". Me lo dicevo sentendo nel mio cuore di bambino che qualcosa non tornava fra quello che il parroco diceva e quello che vedevo nel piccolo ambiente del mio pase. Troppa distanza sentivo fra parole e vita osservata. A 16 anni il noviziato. E il padre maestro che di sua iniziativa mi parla di chiave e di serratura dove la chiave è introdotta: maschio e femmina. 16 anni! Una liberazione! Dentro di me, d'improvviso, mi sento leggero, libero, felice. Volo in cortile a tre gradini alla volta: mi sento volare leggero. Il segreto dela vita.
Non potrò più fare a meno di quella leggerezza. E a 22 anni, dopo il baccellierato in Sacra Scrittura e Storia della Chiesa presso l'Università di Propaganda Fidae decido. Mi inginocchio davanti al Padre Generale: "Non riesco a seguire queste regole. Lascio" "Fai quello che puoi, ma resta." Ecco il trucco che avevo fantasticato da bambino: fai quello che puoi, e se non ce la fai a sublimare trovati uno sfogo, ma resta. No, lascio. Da allora ho riacciuffato la leggerezza, il volo vissuti a 16 anni. Hanno acompagnato da allora tutta la mia vita, come un filo prezioso che ha dato senso a gioie e dolori. L'intesa profonda che cercavo a 5 anni, il disvelamento a 16 anni, la libertà, a 22 anni, di cercare la mia strada, tutto "intero", finalmente, testa, cuore, sessualità. 72 anni: guardo indietro e mi dico "ce l'ho fatta!" E finchè avrò energie so che potrò continuare a lavorarci, per continuare a raccogliere una vita "intera". Io. E accanto Marilù.
sabato 1 febbraio 2014
137- Le canzoni che amo(1)
Immagina non esista paradiso
È facile se provi
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi
Immagina non ci siano nazioni
Non è difficile da fare
Niente per cui uccidere e morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace
Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia
Immagina un mondo senza la proprietà
Mi chiedo se ci riesci
Senza bisogno di avidità o fame
Una fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
Che condivide il mondo
Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono il solo
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia
mercoledì 29 gennaio 2014
136- Fine vita (1) Giorni fa ero con un amico. Gli arriva una telefonata: una persona cara è morta, quasi centenaria, in coma da qualche tempo. L'amico piange. Accolgo in silenzio il suo pianto. Dopo un po' gli chiedo in che cosa credeva la persona cara, quale era la "favola" che aveva abbracciato. Era cattolico. Quindi è in paradiso, è tornato nella casa del Padre. Esprimo allora dolcemente la mia comprensione, ma assieme anche la mia meraviglia ogni volta che ad un funerale osservo i cattolici piangere. Ricordo la frase del salmo 122: "laetatus sum in his, quae dicta sunt mihi: in domum domini ibimus (quale gioia quando mi dissero andremo alla casa del Signore)". Dunque è anche festa! Io non sono cattolico, la mia "favola" è tutta dentro la natura, la nostra madre terra, e mi piace pensare che quando i 100 trilioni di cellule che mi formano non ce la faranno più a collaborare fra loro, tornino velocemente, con la cremazione, al mare, alla terra, nell'aria. E mi piace immaginare che chi mi sarà vicino suoni la primavera di Vivaldi, un canto alla continua trasformazione della vita. A questo punto il mio amico sorride. Piange, ma sorride.
sabato 11 gennaio 2014
135- La pace(1) Emergency lavora per la pace in Africa, in Asia, in Italia, nel mondo perchè pensa e crede che la pace sia il bene più grande. Emergency va poi nelle scuole a fare educazione alla pace perchè pensa e crede che nei ragazzi ci sia il seme della società di domani. Agisce per la pace di oggi e agisce per la pace di domani. Emergency cura, aiuta e col suo agire mostra e insegna, anche nelle scuole, la comprensione reciproca, il rispetto, la fiducia. Anche a partire dall'interno dell'organizzazione di Emergency si vuol coltivare uno stile che, nelle inevitabili tensioni della vita, cerca la comprensione reciproca, il rispetto, la fiducia. Perchè ogni pace parte dalla consapevolezza delle mille sfaccettature che ci sono dentro di noi. Sfaccettature che se non se ne ha la consapevolezza, sono alla base della guerra interiore. E' invece la consapevolezza delle tensioni interiori in ognuno di noi a porre le basi per lavorare a costruire la pace interiore. Anche il mondo è un grande organismo con mille tensioni. Ed è la consapevolezza della complessità di questo immenso organismo e delle sue inevitabili tensioni a porre le basi della comprensione reciproca, del rispetto, della fiducia, ... della pace. E mostrare e insegnare ai ragazzi tutto questo significa lavorare per la pace.
sabato 4 gennaio 2014
134- La conoscenza(4) C'è chi crede in un essere superiore, e in genere si chiamano religiosi; c'è chi crede solo nell'uomo, nell'immanente, e in genere si chiamano atei; altri ancora pensano che nessuno possa dimostrare ciò che atei e religiosi sostengono, e in genere si chiamano agnostici.La persona religiosa può svegliarsi ogni mattina e volgere il pensiero, le emozioni all'essere superiore che ha scelto, sentirne la forza, la potenza, l'amore e pregare per i non religiosi e/o combatterli.
La persona atea può svegliarsi ogni mattina e pensare a come imprimere la propria impronta personale nella giornata, nella vita, nel mondo, pensandosi padrone di se stesso. Nel rapporto coi religiosi alle volte pensa come fare a mostrare loro l'inconsistenza del loro fondamento e/o combatterli.
L'agnostico si sveglia ogni mattina cercando di rapportarsi ad un mondo misterioso di cui sente di essere parte, accettando le incertezze del non saper rispondere alle domande fondamentali: cos'è la vita? perchè la vita? Osserva religiosi e atei e si chiede perchè credano senza prove, e non ha risposte. Si rapporta a loro sentendosi e dicendosi incompetente circa le loro scelte, desideroso solo di un contatto umano.
Il religioso guarda gli altri in modo indiretto, attraverso l'essere superiore, di cui pensa che tutti siano figli.
L'ateo guarda gli altri in modo diretto, come esseri che con i mezzi a loro disposizione cercano una strada di espressività e di sviluppo personale.
L'agnostico guarda gli altri in modo diretto, come persone di uguale dignità, che in modo misterioso cercano di dare un senso personale all'esistere, al vivere, alle relazioni.
domenica 17 novembre 2013
133- La conoscenza(3) Dopo gli insiemi di Galois, i tipi logici di Russel, i teoremi dell'incompletezza di Godel, il principio di indeterminazione di Heisemberg so che nella nostra conoscenza ci sono aree che resteranno sempre nel buio: so di non sapere. Capisco il desiderio di "sapere" che porta l'umanità a costruire dei, a costruire un dio, a costruire un'anima immortale distinta dal corpo. Capisco il bisogno di pensare anche attraverso i desideri. Ma so che il buio è complementare alla luce, che non c'è luce senza buio: so quindi di non sapere. Un buio che mi porta a scoprire la luce dentro ogni momento della vita: la persona felice vive nella saggezza della costante scoperta del momento presente!
giovedì 24 ottobre 2013
132- I libri che amo(6) Vito Mancuso ("Il principio passione" - Garzanti) cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che senso ha la vita? Dà la sua risposta e lo fa con grande passione. Siamo proprio esseri che che hanno un bisogno profondo di trovare un senso. Anche se dopo Galois e Godel sappiamo che la vita non ha un senso, ognuno di noi cerca, ha bisogno di darglielo. Vito Mancuso la fa in un modo appassionato. E' un piacere leggerlo. In 6000 anni di storia, da quando cioè è stata inventata la scrittura, sono i libri a darci la possibilità di incontrare e ascoltare milioni di persone attraverso i loro scritti!
martedì 1 ottobre 2013
131- La vita(32) Sono nell'oliveto e lavoro. Mi piace. Gusto il presente, il contatto con la terra, il sudore. Sento e saluto negli alberi il passato, gli antenati, arrivati fra mille e mille trasformazioni a dare forma e sostanza al mondo che mi circonda e a me stesso (i "mille e mille specchi" del post n° 079 ). So del futuro, quando anch'io (come dice in modo stupefacente la mia nipotina nel post n° 122) diventerò humus e parteciperò inconsapevole alle future trasformazioni del mondo.
130- Papa Francesco(2) "Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda... Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui lo concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo." Così Papa Francesco incontrando Scalfari nei giorni scorsi. E' un Papa, ma dimostra di essere anzitutto un uomo, rispettoso dell'esperienza di ognuno.
giovedì 26 settembre 2013
129- La verità(3) Osservo i conflitti interpersonali, politici, religiosi, ecc. e rifletto sulla parola "verità", che è lo stesso che riflettere sulla parola "realtà". La parola "realtà" mi porta in due direzioni diverse. C'è una "realtà-1", quella che riguarda le proprietà fisiche delle cose, scientificamente verificabile, ripetibile, confutabile. C'è una "realtà-2" che invece riguarda l'attribuzione di significato, di valore, e che quindi concerne i vissuti, le convinzioni, gli interessi personali. Purtroppo perdiamo di vista molto facilmente questa distinzione, o ancor peggio, possiamo essere totalmente inconsapevoli dell'esistenza di questi due tipi di "realtà" e credere di avere in mano la "verità".
lunedì 16 settembre 2013
128 - Papa Francesco(1) Ho letto e riletto con interesse la lettera di Francesco (così si firma) ad Eugenio Scalfari. Mi è molto chiara l'impostazione di Francesco: l'amore per Cristo, figlio di Dio fatto carne, è la base del suo amore per gli uomini, nella certezza che chi ama Cristo o chi, non credendo in Cristo, segue la propria coscienza, risorgerà in Dio. L'incarnazione e la resurrezione sono i due cardini di Francesco. Chiarissimo. Io non sento il bisogno di tutto questo per sentirmi vicino agli uomini e alla natura. Sono parte di loro e loro parte di me e questo mi basta. E non sento il bisogno di immaginare di risorgere in un Dio. Mi basta sapere che ridiventando humus ritornerò alla natura da cui provengo e ne seguirò il cammino fra mille e mille trasformazioni. La poesia che ho scritto nel mio post n° 79 cerca di esprimere tutto questo.
mercoledì 21 agosto 2013
127- La vita(31) Osservo il sole al telescopio. Vedo il disco di fuoco e le macchie solari. So che da lì è venuta e viene la possibilità della vita nelle forme che conosciamo. Mi dà un senso di pace e di comunione solidale con tutti gli esseri viventi, un senso oceanico di condivisione globale. Sento energia, un'immensa energia. So che tutta questa vitalità si trasforma in continuazione, dal suo inizio remoto. Infinite mutazioni e trasformazioni che hanno portato fino ad ogni essere oggi vivente, e anche fino a me. E tutto continua a trasformarsi in altro. Anch'io mi trasformerò in humus che alimenterà altra vita. E' questo ciò che so, ciò che vedo. Quale ne è il senso? Non lo so.
Di fronte a questo enorme punto interrogativo senza risposta, se non le leggi delle continue trasformazioni, capisco chi sceglie di immaginare un'altra vita. Un desiderio che capisco, anche se personalmente non lo sento. Un wishful thinking legittimo di fronte al buio profondo delle leggi della continua trasformazione. L'unica cosa stabile nella vita è il cambiamento: quale ne è il senso? Non lo so.
Osservo i bimbi, osservo i loro genitori, osservo i nonni, osservo gli anziani e me stesso. Rivedo l'energia che ho sperimentato nelle varie fasi della vita e ne vedo il continuo trasformarsi, e alla fine trasformarsi in limite, in debolezza. Mi fa riflettere su quale ne sia il senso. E non ho risposta.
Oggi sono nati altri pulcini e sono usciti da sotto la chioccia, batuffoli gialli pieni di vita. Piena di vita è la nipotina, sua madre, i loro e nostri amici. Piena di vita è la natura in mezzo alla quale abbiamo scelto di vivere. Pieno di vita è il cielo, coi suoi uccelli, le sue nubi. Pieno di vita è il cielo profondo col sole, i pianeti, le stelle, le galassie, l'universo, il multiverso. L'astrofisica ci mostra che noi siam figli delle stelle, noi, la natura, tutti gli esseri viventi, tutti gli elementi. A quale scopo? Non lo so.
In questo continuo riciclo, che dal big bang va verso un futuro, infinito, freddo silenzio, o forse verso una nuova supercontrazione, non vedo un senso.
Ma la vita, la mia vita, ha dentro di sè, e lo sento, delle scintille di piacere che me la fanno desiderare giorno dopo giorno. Mi sveglio la mattina e le ripasso tutte. Mi corico la sera e le ripasso tutte. Durante il giorno non perdo occasione per alimentarle. E provo ad alimentarle anche in chi è in contatto con me. Nel fuoco del camino, quando scuoto la brace, mille piccole scintille (le si chiama anche monachine) si innalzano verso la canna fumaria. Sono una metafora della mia vita, delle scintille di piacere che la animano. Nella consapevolezza dell'inevitabile trasformarsi della legna in brace, poi in cenere, poi...poi...poi... Intanto mi godo le monachine, e sento che riescono, oggi a 71 anni, a farmi accettare di non sapere cos'è la vita.
Di fronte a questo enorme punto interrogativo senza risposta, se non le leggi delle continue trasformazioni, capisco chi sceglie di immaginare un'altra vita. Un desiderio che capisco, anche se personalmente non lo sento. Un wishful thinking legittimo di fronte al buio profondo delle leggi della continua trasformazione. L'unica cosa stabile nella vita è il cambiamento: quale ne è il senso? Non lo so.
Osservo i bimbi, osservo i loro genitori, osservo i nonni, osservo gli anziani e me stesso. Rivedo l'energia che ho sperimentato nelle varie fasi della vita e ne vedo il continuo trasformarsi, e alla fine trasformarsi in limite, in debolezza. Mi fa riflettere su quale ne sia il senso. E non ho risposta.
Oggi sono nati altri pulcini e sono usciti da sotto la chioccia, batuffoli gialli pieni di vita. Piena di vita è la nipotina, sua madre, i loro e nostri amici. Piena di vita è la natura in mezzo alla quale abbiamo scelto di vivere. Pieno di vita è il cielo, coi suoi uccelli, le sue nubi. Pieno di vita è il cielo profondo col sole, i pianeti, le stelle, le galassie, l'universo, il multiverso. L'astrofisica ci mostra che noi siam figli delle stelle, noi, la natura, tutti gli esseri viventi, tutti gli elementi. A quale scopo? Non lo so.
In questo continuo riciclo, che dal big bang va verso un futuro, infinito, freddo silenzio, o forse verso una nuova supercontrazione, non vedo un senso.
Ma la vita, la mia vita, ha dentro di sè, e lo sento, delle scintille di piacere che me la fanno desiderare giorno dopo giorno. Mi sveglio la mattina e le ripasso tutte. Mi corico la sera e le ripasso tutte. Durante il giorno non perdo occasione per alimentarle. E provo ad alimentarle anche in chi è in contatto con me. Nel fuoco del camino, quando scuoto la brace, mille piccole scintille (le si chiama anche monachine) si innalzano verso la canna fumaria. Sono una metafora della mia vita, delle scintille di piacere che la animano. Nella consapevolezza dell'inevitabile trasformarsi della legna in brace, poi in cenere, poi...poi...poi... Intanto mi godo le monachine, e sento che riescono, oggi a 71 anni, a farmi accettare di non sapere cos'è la vita.
venerdì 16 agosto 2013
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